05 mar

Re-Thinking Beirut video-installazione

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Arte e Società, un progetto di aMAZElab
Triennale – Milano

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Non disponibile

Coming soon
05 mar

La Nuova Figurazione Italiana – To be continued

a cura di Chiara Canali
Fabbrica Borroni – Milan
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Debora Hirsch Daniela Montanari

Alì Hassoun

Elisabetta Vignato

Marco Grassi  

http://www.alihassoun.it/pdf/2007/nuovafigurazione.pdf

05 mar

Italia – Italy

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Artisti Arabi tra Italia e Mediterraneo
a cura di Martina Corgnati
Damasco – Beirut – Cairo

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Da Ghazieh, villaggio sciita alle porte di Sidone nel sud del Libano, a poco più di diciotto anni, mi sono ritrovato in un battere d’occhio a Siena. Il fascino della Toscana provocava nella mia immaginazione continui viaggi ed i ricordi dell’infanzia libanese si sovrapponevano alla vista delle strade di Firenze o alle crete senesi. Era come se mi trovassi sospeso al di fuori del tempo. Avevo accantonato la realtà del mio triste vissuto della guerra del Libano per immergermi in una storia nuova, cercando di assorbire ed imparare tutto ciò che riguardava questo paese, la sua lingua, la sua storia e cultura. Il suono delle campane rassicurava il mio bisogno di spiritualità e spesso mi trovavo a meditare in qualche chiesa di città o di campagna. Finiti gli studi universitari e ottenuta la cittadinanza italiana, le contraddizioni e il dualismo identitario che vivevo sotto la protezione senese erano arrivati al punto rottura. Decisi di fare le valigie e sradicarmi di nuovo, questa volta per quel di Milano e per fare il pittore di professione. La mia scelta fu rafforzata dall’incontro con Aldo Mondino, avvenuto in occasione della sua mostra senese. Aldo, artista di grande valore e uomo molto semplice, mi incoraggiò a trasferirmi al “nord”. Il suo interesse per il mondo musulmano mi faceva ritrovare la forza di dipingere quel che avevo tenuto in serbo nella mia intima coscienza. Probabilmente le tensioni del passaggio del millennio e gli scontri che continuavano a prodursi a livello mondiale incidevano molto su di me e sull’ambiente in cui vivevo. Senza accorgermi e a forza di cercare di conoscere me stesso, incominciavo a conoscere Allah. Ho intrapreso il cammino dei sufi lucidando lo specchio del cuore finendo per accettare la mia identità plurale. Da questa esperienza sono scaturite le tele con gli sfondi che riprendevano gli affreschi di Michelangelo e Raffaello o i quadri delle Piazze d’Italia di De Chirico. Nel misticismo islamico, la creatività e la bellezza sono due aspetti sublimi della Divinità. Far Arte per me oggi non significa più soltanto decorare le pareti delle moschee o dei Palazzi del potere ma pensare e ripensare la propria cultura portandola al rinnovamento. In fin dei conti io e Aldo Mondino abbiamo avuto un percorso simile ma da punti di partenza diversi, come ricordava lui stesso nel presentarmi al pubblico milanese nel 1998: ” Cosa farei se invece di essere nato a Torino, io fossi nato a Beiruth?…..”

Ali Hassoun – Milano, dicembre 2007

 

05 mar

Convergenze Mediterranee

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Artisti Arabi tra Italia e Mediterraneo
a cura di Martina Corgnati
Palazzo Montecitorio
Roma

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Da Ghazieh, villaggio sciita alle porte di Sidone nel sud del Libano, a poco più di diciotto anni, mi sono ritrovato in un battere d’occhio a Siena. Il fascino della Toscana provocava nella mia immaginazione continui viaggi ed i ricordi dell’infanzia libanese si sovrapponevano alla vista delle strade di Firenze o alle crete senesi. Era come se mi trovassi sospeso al di fuori del tempo. Avevo accantonato la realtà del mio triste vissuto della guerra del Libano per immergermi in una storia nuova, cercando di assorbire ed imparare tutto ciò che riguardava questo paese, la sua lingua, la sua storia e cultura. Il suono delle campane rassicurava il mio bisogno di spiritualità e spesso mi trovavo a meditare in qualche chiesa di città o di campagna. Finiti gli studi universitari e ottenuta la cittadinanza italiana, le contraddizioni e il dualismo identitario che vivevo sotto la protezione senese erano arrivati al punto rottura. Decisi di fare le valigie e sradicarmi di nuovo, questa volta per quel di Milano e per fare il pittore di professione. La mia scelta fu rafforzata dall’incontro con Aldo Mondino, avvenuto in occasione della sua mostra senese. Aldo, artista di grande valore e uomo molto semplice, mi incoraggiò a trasferirmi al “nord”. Il suo interesse per il mondo musulmano mi faceva ritrovare la forza di dipingere quel che avevo tenuto in serbo nella mia intima coscienza. Probabilmente le tensioni del passaggio del millennio e gli scontri che continuavano a prodursi a livello mondiale incidevano molto su di me e sull’ambiente in cui vivevo. Senza accorgermi e a forza di cercare di conoscere me stesso, incominciavo a conoscere Allah. Ho intrapreso il cammino dei sufi lucidando lo specchio del cuore finendo per accettare la mia identità plurale. Da questa esperienza sono scaturite le tele con gli sfondi che riprendevano gli affreschi di Michelangelo e Raffaello o i quadri delle Piazze d’Italia di De Chirico. Nel misticismo islamico, la creatività e la bellezza sono due aspetti sublimi della Divinità. Far Arte per me oggi non significa più soltanto decorare le pareti delle moschee o dei Palazzi del potere ma pensare e ripensare la propria cultura portandola al rinnovamento. In fin dei conti io e Aldo Mondino abbiamo avuto un percorso simile ma da punti di partenza diversi, come ricordava lui stesso nel presentarmi al pubblico milanese nel 1998: “Cosa farei se invece di essere nato a Torino, io fossi nato a Beiruth?…..”

Ali Hassoun – Milano, dicembre 2007

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http://www.alihassoun.it/pdf/2009/sole.pdf 
 
04 mar

EXHIBITALIA

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Miami Art Cicuits 1-6 Dicembre 2010
Warehouse 70, NW 25th Street Wynwood Arts Discrit, Miami (Florida – USA)

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Exhibition curated by Maurizio Vannni Executive Director Lu.C.C.A.

For some years now, Miami has become one of the world’s most important platforms for contemporary art: every year in December museum directors, international gallerists and artists gather in Miami to talk, renew partnership, exchange impressions about the arts market, share strategies related to technological innovation, and acquire new works for their collections, but also to see what the greatest festival of visual art in the world has to offer.

Starting from the areas of Art Basel Miami and Scope Miami Art Show or from initiatives of the Art District, visitors can choose what to see, how to perceive and how to live the atmosphere of a true celebration of modern and contemporary. And in the evening, he or she may get invited to one of the many parties taking place in the Art District, in the museum and in the permanent galleries in the area, with a good chance to meet not only the most important opinion leaders in the art world, but also personalities of cinema, culture, journalism and fashion.

The next edition of Art Basel Miami, which will be held on December 2-5,2010 will involve over 250 galleries among the most important in the world, representing north America, Europe, Latin America, Asia and Africa, that will exhibit works by over 2,000 artists already at the international level. According to industry experts, this edition should coincide whit a real economic recovery able to restarts investments and re-establish the fundamental circulation of works and money that is vital to the art system.

In the third millennium, the role of the museum of modern and contemporary art is bound to change, becoming more and more a n instrument of culture designed to target a broad, divers target. The role of the gallerists changes too – not just manager who offers works for costumer-collectors, but knowledge tools. And, above all, there is a change in the role of ever more demanding and knowledgeable costumers, that seek emotional pleasure, sensory involvement and social sharing in the arts. In a scenario like this where everything seems predictably unpredictable, you just have to experience art as lucid dream, as an unlikely obsession, or as a wonderful and conscious illusion that can make us still believe in fairy tales, but always aware that everyone is master of its own destiny.

Maurizio Vanni

Introduction Ilaria Niccoli President – Ilaria Niccoli Production

It is a long path that leads to the opening of an ambitious and creative project, one conceived and refined to impact a reality that is sensational and sophisticated, but also shouted to the world whit the exuberance and the importance that comes from its own large dimension, its own boundless spaces, produced by the transformation of the city of Miami into the huge, gigantic and somewhat monstrous creature that puts itself up for show for five days during the first week of December every year.

A long path made of growing synergies and excellent testimonials, combined together. Testimonies from the world of art and culture in general, that love mixing together different culture, different tastes and different techniques .

For this reason EXHIBITALIA has created, in 2010,the first Italian pavilion, conceived to keep the pace of the most vibrant contemporary arts events in the world. It opens its own space in the Wynwood Art District of Miami, with an agenda that gives voice to the dialogue between artists and collectors, producer and sponsor, tourist and normal citizen of the metropolis. A dialogue to promote international cultural exchange in a sophisticated Italian context.

A synergy between institutions and the private sector, between “visual” artists and more traditionally figurative artists, between an eclectic and unique curator such as Maurizzio Vanni is and flexible, “on task” production by Ilaria Niccolini Production and Cabrini and Associates, between a leading guide such as the one provided by photography masters Masturzo and De Biasi, the and young photography talents welcomed by EXHIBITALIA; a synergy between typical Italian galleries, such as Mazzoleni art gallery, and galleries that are immersed in the European cultural word, like Poliedro gallery and SYRLIN-Art-Associates with EUART. But most importantly, a synergy between arts and business, as evidence by the sensational presence of some of the most celebrated Italian brands worldwide: FIAT, Ducati, SEA Milan Airports. An important show of support to the cultural world, trough which the companies receive a new stimulus, and a renewed media presence. A high-class synergy, vibrant and valuable. This is the true destinations of our path, a goal that is only a starting point for the next trip that will lead us to EXHIBITALIA 2011 in the name of an ever stronger relationship between culture and business.

Ilaria Niccoli

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04 mar

54°Biennale di Venezia

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54°Biennale di Venezia
dal 04 giugno al 27 novembre 2011 .

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04 mar

63° Premio Michetti

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Palazzo San Domenico, Museo Michetti.

 

26 feb

Alla confluenza dei due mari

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a cura di Martina Corgnati
Palazzo Pubblico Magazzini del Sale

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Presentazione di Maurizio Cenni Sindaco di Siena

Il ritorno di Ali Hassoun a Siena avviene dopo un lungo viaggio che l’ha portato alternativamente a toccare tante tappe situate sulle sponde d’Occidente e su quelle orientali del Mediterraneo, alla continua verifica di quella contaminazione tra culture che per secoli hanno saputo arricchirsi, in una guerra di contrasti che, se le ha viste afflitte da feroci controversie , non ha mai impedito alle due di assorbire quanto di bello e di utile fosse stato inventato nell’una e nell’altra contrapposta parte del mondo . Siena fu la prima destinazioe europea del giovanissimo libanese. Si trattò di un periodo abbastanza lungo che Hasoun non esitò a mettere a frutto sia per conoscere attraverso lo studio sia anche per farsi conoscere con il lavoro e in particolare con i primi approcci seri all’attività artistica . Si affacciò al giudizio del publico con varie esposizioni che ne sottolinearono la naturale predizione unita a una smisurata ansia di mostrare ciò che sapeva fare a quanto la costante applicazione lo ponesse in grado di migliorare passo per passo la sua capacità di esprimersi. Hassoun seppe mettere insieme , in quegli anni , un bel gruppo di amici che lo incoraggiarono , lo consigliarono , lo sostennero, creando un clima sereno ed incoraggiante, ideale per le ambizioni di carriera di un giovane artista. Da Siena Ali è poi partito per sbarcare in luoghi più consoni al pieno sviluppo della sua carriera ma, pur venendo a diretto contatto con ambienti esclusivi e prestigiosi, non ha mai abbandonato la sua natura e i suoi amici . Il tentativo di avvicinare le lontananze, attraverso lo sforzo di spiegare quanto prevalgano gli aspetti fascinosi e, in definitiva, utili, in ciò che non si conosce abbastanza, è rimasto il suo chiodo fisso.

Così come il rapporto giovanile, quasi di iniziazione, con i suoi amici senesi continua a produrre i suoi buoni frutti. Ali torna a Siena per dimostrare i tanti progressi ottenuti in carriera, attraverso una attesa mostra. MA l’appuntamento più importante tra Hassoun e la nostra città è quello che il 2 Luglio prossimo , quando sarà sua opera il Drappellone che le dieci contrade si contenderanno nel corso del Palio di Provenzano. Un’occasione che gli consentirà certamente di entrare nel cuore anche di tanti senesi che ancora non lo conoscono.

Maurizio Cenni 

Sullo sfondo, la sagoma del Castello Estense è inconfondibile al termine di un piano inclinato dalla prospettiva straniante, lungo il quale si dispongono in bell’ordine le muse dal corpo di colonna e il volto cieco e conturbante del manichino. De Chirico? No, Ali Hassoun. In bel risalto e come sospesa sulla profondità impenetrabile di questo paesaggio monocromo, una bambina colorata dall’aspetto straniero si porta perplessa un dito alle labbra. È lei il “segno”, il viandante che attraversa continuamente la frontiera fra due mondi, quella stessa che l’artista ha attraversato e che ormai costituisce la cifra più caratterizzante di tutto il suo lavoro. Non che questo viandante si presenti sempre sotto le stesse spoglie, traccia referenziale riconoscibile e ripetitiva, no: qualche volta si tratta di un ragazzino, oppure di una figura femminile, ma quello che resta è la consistenza misteriosa e il “doppio ruolo” che questa presenza gioca nel dipinto, di cui è compartecipe ma anche esclusa, “interna” ma anche estranea. Per esempio nel caso delle “Muse inquietanti”, la bambina è parte dell’immagine che noi osserviamo ma è anche una spettatrice che non sta nel quadro e anzi condivide piuttosto il nostro spazio, trasformandosi così in una specie di misura, di incarnazione della distanza. Grazie a lei, noi sappiamo che l’immagine non è qui ma invece è intangibile, lontana. E anche sappiamo che neppure noi siamo lì ma invece separati da un piano intermedio, una “quinta” che per i paesaggisti del Seicento era data, ad esempio, da un albero o dal parapetto di una loggia, e che invece Ali Hassoun umanizza, anzi celebra in una specie di “io narrante”, chiave per la lettura di quella particolare immagine ma anche occasione di détournement, di incantesimo e di fantasia.

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01 apr

Il POPolo vuole

Piaggio

Primavera 2013 
Museo Piaggio Pontedera

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Luca Beatrice Il POPolo lo vuoleQuando, nel lontano 1982, un giovane ragazzo libanese si trasferì in Toscana per studiare in un primo tempo all’Accademia di Firenze e poi alla Facoltà di Architettura, rimanendo presto folgorato dalle meraviglie artistiche fiorentine e senesi al punto da rinunciare alla pratica di un mestiere probabilmente redditizio e scegliere senza indugi la pittura, il mondo era davvero molto diverso da quello di oggi. E forse quelle condizioni storiche, sociali, culturali ed economiche che parlavano dell’Italia come di un piccolo Eldorado nel bacino del Mediterraneo sono definitivamente cadute. Non che oggi il nostro Paese non risulti più attrattivo per chi lo scelga non solo da turista, ma oggi la sfiducia sembra prevalere sulla scommessa e sul rischio. Una volta non era così. Il sistema dell’arte che trovò allora Alì Hassoun era ancora fortemente improntato sulle scuole nazionali: la pittura poteva essere italiana, tedesca, americana e di ciò che accadeva in altre parti del pianeta si sapeva davvero poco. Non c’era ancora stata quella rivoluzione capitata, certo non a caso, nel 1989, stesso anno della caduta del Muro di Berlino: al Centre Pompidou di Parigi si apriva la grande mostra Magicien de la terre, che ha segnato il primo ingresso dell’arte extraoccidentale nella capitale per eccellenza del Vecchio Continente. Da qui in poi cominceremo ad aver confidenza con le prime presenze dall’Africa, dall’Asia, dal Sud America e addirittura dall’Oceania. Poi viene un’ulteriore svolta, la Biennale di Venezia del 1993, punto di raccordo tra arte locale e cultura globale, rapidissima a cogliere le trasformazioni in atto e a ridisegnare i confini geografici della terra: così le Mappe di Alighiero Boetti sono testimoni di un mondo che non c’è più, a cominciare dalla frantumazione in mille colori di quella che fino a non molto tempo prima era la macchia rossa dell’ex impero sovietico. Chi è nato dopo questo cruciale passaggio da una fase della storia a un’altra trova del tutto naturale comunicare con il mondo senza fusi orari e pensare che sia possibile oltrepassare qualsiasi limite spaziotemporale. Parliamo di gente cresciuta con il telefono cellulare e il computer sempre connesso, mentre quelli delle generazioni precedenti vivono questa strana contraddizione tra il prima e il dopo: a noi (Hassoun e io siamo all’incirca coetanei) la tecnologia ha cambiato la vita, i nostri figli invece ci sono entrati dentro fin da subito, con estrema naturalezza, come se un altro mondo, un mondo senza, non fosse davvero possibile. Potrà sembrare un’argomentazione fintanto scontata da apparire semplicistica, eppure questo stacco profondo tra l’ante e il post è ben visibile nell’arte di Alì Hassoun, pittore popolare nel senso corretto del termine, ovvero di chi sceglie un linguaggio diretto, dai simboli espliciti, per stabilire un ponte di comunicazione tra l’opera e il pubblico. Diversi suoi lavori, realizzati negli anni Novanta e all’inizio del Duemila, conservano quella temperatura e quella sensibilità di uomo influenzato dalla cultura italiana e a essa debitore, a cui per contrasto dialettico giustappone la “sua” tradizione evidenziando insieme alle differenze e al gusto del tipico stereotipi e pregiudizi. Appaiono così figure aliene, vestite di abiti tanto colorati quanto improbabili, quelle che setacciano il grano davanti all’affresco del Buon Governo o che raccolgono l’uva sullo sfondo della ricca collina senese. Donne e uomini impegnati in piccoli gesti quotidiani che in realtà aggiungono elementi utili alla lettura pubblica dell’opera al di fuori del contesto protetto del museo: la giovane madre con il bimbo in braccio ha una relazione con la scena tragica di Guernica, mentre il bellissimo viso angelico di un adolescente sembra davvero quello mancante al tripudio di serafini e cherubini del Giudizio. Ben più tragica l’immagine contemporanea della Zattera, che davvero non ha nulla della solennità di Gericault e invece tanti rimandi alla cronaca in un crescendo di disperazione. E cosa vorrà dire quell’uomo che trasporta una fascina di legno davanti alla rappresentazione del Cristo morto del Mantegna. Eppure Alì non è pittore neorealista e non manda messaggi sociali espliciti attraverso i suoi dipinti; preferisce invece far riflettere sulle cose dopo aver sedotto l’osservatore con la bellezza e la vivacità delle figure e delle situazioni. In alcuni lavori evidenzia la vocazione turistica dell’Italia e dei suoi musei, tra antico e moderno, tra Mantegna e de Chirico. Per i quadri delle pinacoteche esiste oggi un nuovo pubblico globalizzato, che non avverte il rito della sacralità dell’opera e del suo contenitore, preferisce vestiti comodi e cheap ben diversi da quelli indossati nel Grand Tour, e si reca in visita alle nuove cattedrali dell’arte con lo stesso spirito del weekend enogastronomico. Secondo Hassoun però l’opera d’arte è straordinario veicolo di comunicazione e non linguaggio specialistico, parla al cuore della gente, tocca le corde dell’anima e quindi si è persino disposti ad accettarne la volgarizzazione, inevitabile prezzo da pagare per una cultura più democratica. Poi, negli ultimi tempi, l’arte di Hassoun è pienamente entrata nel dibattito socioculturale scaturito con la globalizzazione. Che non è uniformità del gusto, ma possibilità di parlare una lingua condivisa più nelle immagini che nel linguaggio. Il titolo di questa mostra è un gioco di parole ma cambia completamente il senso a seconda dell’idioma. “Il POPolo vuole” è la libera traduzione della frase “Al Shaab Yurid” comparsa sui muri in diverse città del Maghreb durante la primavera araba a segnare un’autentica voglia di innovazione soprattutto da parte delle generazioni più giovani. E il cambiamento risiede nel desiderio di entrare in contatto con un mondo più libero, di cui il POP è elemento simbolico, unificante, di una cultura che mixa Andy Warhol e lo Starbucks Caffè, il baffetto Nike e il barattolo della Zuppa Campbell con i colori dell’Africa e le usanze dell’Asia, in un crossover autentico testimoniato ormai in qualsiasi grande città del mondo. Eppure non tutto fila liscio, in quanto una cultura, che ha spesso letto con orrore le icone e le effigi del capitalismo americano, non tollera ancora il rischio della perdita dell’idioletto locale a favore dell’inglese global. C’è ancora troppa distanza tra le vecchie generazioni, che osteggiano il cambiamento, e quelle nuove già nate in un mondo che ha altri e differenti punti di riferimento. Ad alcuni una certa visione è stata imposta, altri sono più vicini a ciò che il POPolo vuole. Prendiamo alcuni dei soggetti negli ultimi quadri di Alì Hassoun: una giovane coppia e la loro figlioletta passeggia in una non precisata metropoli. Sono vestiti in abiti occidentali anche se i tratti somatici rivelano l’ascendente mediorientale. Dietro di loro un muro scrostato sul quale si sovrappongono i resti di un manifesto del circo con il disegno della tigre in primo piano, immagine che ci è subito familiare per via della memoria infantile, ma secondariamente fa scattare altre associazioni, a un’opera storica di Mimmo Rotella, ai poster pirotecnici del cinema indiano di Bollywood, realizzati da straordinari illustratori per raccontare mirabolanti storie d’avventura. Il mondo senza confini, dal pop italiano alla figurazione del Far East, da spezie e aromi d’oriente al fetore (quello davvero global) di tutte le città del mondo, si condensano in una sola immagine, sintesi di universi che si incrociano in un unico frame dipinto a mano con perizia e piacere per la pittura. Il popolo vuole il POP ma soprattutto lo vuole Alì, convinto com’è che in questa sensibilità risieda il passaggio dell’arte da moderna a contemporanea, ovvero il frangente in cui l’arte non ha più timore di contaminarsi con la cultura e i mezzi di comunicazione di massa. Per tale ragione Hassoun è il fautore di una pittura antropologica, che attraverso i vestiti, i gesti, gli accessori, le scenografie e gli ambienti, inscena le contraddizioni del presente. E qui la donna diventa la prima protagonista di un ipotetico futuro, sospesa tra il rispetto della tradizione e la naturale rincorsa al domani. Sia che mostrino il volto o che siano obbligate a coprirlo, sia che smanettino l’iPhone o che portino una tinozza sulla testa, le donne stanno al centro della rappresentazione. E’ il loro passo a fiero a guidare il cammino da qui a domani, chissà non sia davvero migliore.