01 apr

Il POPolo vuole

Primavera 2013 
Museo Piaggio Pontedera

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Luca Beatrice Il POPolo lo vuoleQuando, nel lontano 1982, un giovane ragazzo libanese si trasferì in Toscana per studiare in un primo tempo all’Accademia di Firenze e poi alla Facoltà di Architettura, rimanendo presto folgorato dalle meraviglie artistiche fiorentine e senesi al punto da rinunciare alla pratica di un mestiere probabilmente redditizio e scegliere senza indugi la pittura, il mondo era davvero molto diverso da quello di oggi. E forse quelle condizioni storiche, sociali, culturali ed economiche che parlavano dell’Italia come di un piccolo Eldorado nel bacino del Mediterraneo sono definitivamente cadute. Non che oggi il nostro Paese non risulti più attrattivo per chi lo scelga non solo da turista, ma oggi la sfiducia sembra prevalere sulla scommessa e sul rischio. Una volta non era così. Il sistema dell’arte che trovò allora Alì Hassoun era ancora fortemente improntato sulle scuole nazionali: la pittura poteva essere italiana, tedesca, americana e di ciò che accadeva in altre parti del pianeta si sapeva davvero poco. Non c’era ancora stata quella rivoluzione capitata, certo non a caso, nel 1989, stesso anno della caduta del Muro di Berlino: al Centre Pompidou di Parigi si apriva la grande mostra Magicien de la terre, che ha segnato il primo ingresso dell’arte extraoccidentale nella capitale per eccellenza del Vecchio Continente. Da qui in poi cominceremo ad aver confidenza con le prime presenze dall’Africa, dall’Asia, dal Sud America e addirittura dall’Oceania. Poi viene un’ulteriore svolta, la Biennale di Venezia del 1993, punto di raccordo tra arte locale e cultura globale, rapidissima a cogliere le trasformazioni in atto e a ridisegnare i confini geografici della terra: così le Mappe di Alighiero Boetti sono testimoni di un mondo che non c’è più, a cominciare dalla frantumazione in mille colori di quella che fino a non molto tempo prima era la macchia rossa dell’ex impero sovietico. Chi è nato dopo questo cruciale passaggio da una fase della storia a un’altra trova del tutto naturale comunicare con il mondo senza fusi orari e pensare che sia possibile oltrepassare qualsiasi limite spaziotemporale. Parliamo di gente cresciuta con il telefono cellulare e il computer sempre connesso, mentre quelli delle generazioni precedenti vivono questa strana contraddizione tra il prima e il dopo: a noi (Hassoun e io siamo all’incirca coetanei) la tecnologia ha cambiato la vita, i nostri figli invece ci sono entrati dentro fin da subito, con estrema naturalezza, come se un altro mondo, un mondo senza, non fosse davvero possibile. Potrà sembrare un’argomentazione fintanto scontata da apparire semplicistica, eppure questo stacco profondo tra l’ante e il post è ben visibile nell’arte di Alì Hassoun, pittore popolare nel senso corretto del termine, ovvero di chi sceglie un linguaggio diretto, dai simboli espliciti, per stabilire un ponte di comunicazione tra l’opera e il pubblico. Diversi suoi lavori, realizzati negli anni Novanta e all’inizio del Duemila, conservano quella temperatura e quella sensibilità di uomo influenzato dalla cultura italiana e a essa debitore, a cui per contrasto dialettico giustappone la “sua” tradizione evidenziando insieme alle differenze e al gusto del tipico stereotipi e pregiudizi. Appaiono così figure aliene, vestite di abiti tanto colorati quanto improbabili, quelle che setacciano il grano davanti all’affresco del Buon Governo o che raccolgono l’uva sullo sfondo della ricca collina senese. Donne e uomini impegnati in piccoli gesti quotidiani che in realtà aggiungono elementi utili alla lettura pubblica dell’opera al di fuori del contesto protetto del museo: la giovane madre con il bimbo in braccio ha una relazione con la scena tragica di Guernica, mentre il bellissimo viso angelico di un adolescente sembra davvero quello mancante al tripudio di serafini e cherubini del Giudizio. Ben più tragica l’immagine contemporanea della Zattera, che davvero non ha nulla della solennità di Gericault e invece tanti rimandi alla cronaca in un crescendo di disperazione. E cosa vorrà dire quell’uomo che trasporta una fascina di legno davanti alla rappresentazione del Cristo morto del Mantegna. Eppure Alì non è pittore neorealista e non manda messaggi sociali espliciti attraverso i suoi dipinti; preferisce invece far riflettere sulle cose dopo aver sedotto l’osservatore con la bellezza e la vivacità delle figure e delle situazioni. In alcuni lavori evidenzia la vocazione turistica dell’Italia e dei suoi musei, tra antico e moderno, tra Mantegna e de Chirico. Per i quadri delle pinacoteche esiste oggi un nuovo pubblico globalizzato, che non avverte il rito della sacralità dell’opera e del suo contenitore, preferisce vestiti comodi e cheap ben diversi da quelli indossati nel Grand Tour, e si reca in visita alle nuove cattedrali dell’arte con lo stesso spirito del weekend enogastronomico. Secondo Hassoun però l’opera d’arte è straordinario veicolo di comunicazione e non linguaggio specialistico, parla al cuore della gente, tocca le corde dell’anima e quindi si è persino disposti ad accettarne la volgarizzazione, inevitabile prezzo da pagare per una cultura più democratica. Poi, negli ultimi tempi, l’arte di Hassoun è pienamente entrata nel dibattito socioculturale scaturito con la globalizzazione. Che non è uniformità del gusto, ma possibilità di parlare una lingua condivisa più nelle immagini che nel linguaggio. Il titolo di questa mostra è un gioco di parole ma cambia completamente il senso a seconda dell’idioma. “Il POPolo vuole” è la libera traduzione della frase “Al Shaab Yurid” comparsa sui muri in diverse città del Maghreb durante la primavera araba a segnare un’autentica voglia di innovazione soprattutto da parte delle generazioni più giovani. E il cambiamento risiede nel desiderio di entrare in contatto con un mondo più libero, di cui il POP è elemento simbolico, unificante, di una cultura che mixa Andy Warhol e lo Starbucks Caffè, il baffetto Nike e il barattolo della Zuppa Campbell con i colori dell’Africa e le usanze dell’Asia, in un crossover autentico testimoniato ormai in qualsiasi grande città del mondo. Eppure non tutto fila liscio, in quanto una cultura, che ha spesso letto con orrore le icone e le effigi del capitalismo americano, non tollera ancora il rischio della perdita dell’idioletto locale a favore dell’inglese global. C’è ancora troppa distanza tra le vecchie generazioni, che osteggiano il cambiamento, e quelle nuove già nate in un mondo che ha altri e differenti punti di riferimento. Ad alcuni una certa visione è stata imposta, altri sono più vicini a ciò che il POPolo vuole. Prendiamo alcuni dei soggetti negli ultimi quadri di Alì Hassoun: una giovane coppia e la loro figlioletta passeggia in una non precisata metropoli. Sono vestiti in abiti occidentali anche se i tratti somatici rivelano l’ascendente mediorientale. Dietro di loro un muro scrostato sul quale si sovrappongono i resti di un manifesto del circo con il disegno della tigre in primo piano, immagine che ci è subito familiare per via della memoria infantile, ma secondariamente fa scattare altre associazioni, a un’opera storica di Mimmo Rotella, ai poster pirotecnici del cinema indiano di Bollywood, realizzati da straordinari illustratori per raccontare mirabolanti storie d’avventura. Il mondo senza confini, dal pop italiano alla figurazione del Far East, da spezie e aromi d’oriente al fetore (quello davvero global) di tutte le città del mondo, si condensano in una sola immagine, sintesi di universi che si incrociano in un unico frame dipinto a mano con perizia e piacere per la pittura. Il popolo vuole il POP ma soprattutto lo vuole Alì, convinto com’è che in questa sensibilità risieda il passaggio dell’arte da moderna a contemporanea, ovvero il frangente in cui l’arte non ha più timore di contaminarsi con la cultura e i mezzi di comunicazione di massa. Per tale ragione Hassoun è il fautore di una pittura antropologica, che attraverso i vestiti, i gesti, gli accessori, le scenografie e gli ambienti, inscena le contraddizioni del presente. E qui la donna diventa la prima protagonista di un ipotetico futuro, sospesa tra il rispetto della tradizione e la naturale rincorsa al domani. Sia che mostrino il volto o che siano obbligate a coprirlo, sia che smanettino l’iPhone o che portino una tinozza sulla testa, le donne stanno al centro della rappresentazione. E’ il loro passo a fiero a guidare il cammino da qui a domani, chissà non sia davvero migliore.

 

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