28 nov

SARA FORTE & ALI HASSOUN

Cascina Roma
Via delle Arti, San Donato Milanese

16 Dicember 2016– 25 Genuary 2017

Opening: 16 Dicember 2016, 6-9 pm with live music from the Latin Jazz Quartet

                                  

“Si può resistere alla forza di un esercito, non si può resistere alla forza di un’ idea.”

                                                                                                                                                                                                                             Victor Hugo

Sara E Ali

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30 lug

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a cura di Riccardo Comi
Maison Almax
Milano

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30 lug

Quelli che vanno – AQUELES QUE VÃO

festival

a cura di Riccardo Ferrucci
Ponte de Sor (Alentejo)
Portogallo

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Hassoun: la grande bellezza, un viaggio nel sogno

Il viaggio non finisce mai, solo i viaggiatori finiscono Josè Saramago

Quelli che vanno è il titolo della mostra di Ali Hassoun per il suo viaggio portoghese, ma tutta l’arte dell’artista libanese è incentrata sul tema del viaggio e della contaminazione, incontro di culture attraverso le sponde del mediterraneo tra Africa, Europa e Medioriente. In un certo modo è un fare artistico che procede per esplosione e maturazione di colori, volti e immagini di donna, opere d’arte vissute e citate, dal futurismo a De Chirico, dall’arte italiana del rinascimento alla pop art americana.

Suggerisce il critico Luca Beatrice : “Ali non è pittore neorealista e non manda messaggi sociali espliciti attraverso i suoi dipinti; preferisce far riflettere sulle cose dopo aver sedotto l’osservatore con la bellezza e la vivacità delle figure e delle situazioni.”. In realtà come ogni vero poeta Ali non si limita a ricostruire la realtà esistente, ma inventa un proprio mondo e lo rende magico e visionario, ricco di luci, colori e vita.

Nel film di Paolo Sorrentino La grande bellezza si assiste alla ricostruzione di un mondo contaminato, dissoluto e pieno di solitudini, ma ricco anche di suoni, amore, colori, arte e storia. Un identico procedimento creativo viene utilizzato da Hassoun che procede e ingloba nel suo far artistico il presente, l’arte contemporanea e quella del passato, le immagini e i vestiti tradizionali dell’Africa e dell’Oriente con segnali dell’oggi, simboli tecnologici.

Per lo scrittore Alessandro Baricco ognuno di noi ha bisogno di sogni per vivere ed è, in questa direzione, che si muove l’arte di Hassoun che inventa sogni e immagini sempre nuove per vivere, amare, immaginare un futuro diverso e luminoso. La segreta speranza dell’artista è quella di riuscire a trasmettere la forza del sogno e dell’invenzione, in grado di superare ogni ostacolo e portare speranza e luce anche in mezzo al dolore, alla sofferenza, alla guerra.

Scrive Beatrice : “ Il popolo vuole il POP ma soprattutto lo vuole Ali, convinto com’è che in questa sensibilità risieda il passaggio dell’arte da moderna a contemporanea, ovvero il frangente in cui l’arte non ha più timore di contaminarsi con la cultura e i mezzi di comunicazione di massa.” E’ un sapiente dosaggio di passato e presente, di tradizione e futuro, di colore e luce, di libertà e regole quello che si sprigiona nella sua arte, capace di evocare sulla tela la magia di un racconto infinito, ricco di echi e voci.

Questo viaggio nella modernità, nella pop art, si accompagna in Hassoun in un recupero continuo delle proprie radici e del passato : dai costumi africani tradizionali all’arte italiana. Una riscoperta delle proprie radici per poter guardare in profondità lo spirito umano, per penetrare dove l’ombra s’addensa e dove il mistero diventa più intrigante.

Come ricordano i registi Paolo e Vittorio Taviani : “ Per capire chi siamo oggi siamo convinti che si debba risalire sempre alle radici: andare e ritornare sempre, onde evitare di considerare l’esistente come realtà assoluta. Se uno vivesse solo nella contemporaneità, potrebbe avere la sensazione del caos: solo tornando indietro il caos si ricompone in un ordine con un suo senso, diventa un processo con una sua logica.” Anche Hassoun guarda al futuro, ma senza dimenticare il passato e la tradizione, pertanto il caos si ricompone in armonia, luoghi distanti si avvicinano, culture diverse si contaminano e fondono. La diversità delle composizioni sceniche è soltanto un mondo per raffigurare una realtà sempre più complessa e un mondo che appare, a volte, indecifrabile.

E’ bello anche il protagonismo femminile, le sue donne che disegnano un futuro da protagonista, su muri pieni di storia, arte e colori, dopo il crollo simbolico del muro di Berlino, un grigio muro di divisione e violenza. Le donne con i vestiti colorati disegnano altre storie colorate sui muri, con riferimenti al futurismo e a disegni pieni di vita e colore, come modi poetici per opporsi al gelo e al vuoto dei sentimenti, quello che troviamo nella vita contemporanea ed al quale allude anche lo splendido film di Sorrentino La grande bellezza. Vorrei chiudere queste note ricordando che Ali Hassoun ha disegnato il manifesto dell’edizione 2014 del Festival Sete Sòis Sete Luas ispirandosi ad un romanzo del grande scrittore portoghese Saramago La zattera di pietra ; c’è una frase di Saramago scritta per Viaggio in Portogallo che sembra descrive perfettamente le ragioni poetiche dell’arte di Hassoun “ Il viaggio non finisce mai, solo i viaggiatori finiscono, e anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo in narrazione, quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto : non c’è altro da vedere sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna tornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.”

Tutta l’arte di Hassoun si muove in questa direzione, sulle ali del sogno e della memoria, i suoi quadri diventano frammenti di un grande mosaico che è la vita contemporanea, che include al suo interno la storia del Libano, dei popoli africani, la storia dell’arte italiana, le invenzioni moderne e tutto diventa immagine simbolo di pace e bellezza, un modo personale per opporsi al gelo dei sentimenti e reinventare, giorno dopo giorno, la poesia e l’amore. Riccardo Ferrucci

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30 lug

Forward

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a cura di Riccardo Ferrucci
Palazzo Panciatichi
Firenze

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Locandina_Firenze-21-marzo

Palazzo Panciatichi, sede del Consiglio regionale della Toscana a Firenze ospita dal 6 marzo al 21 marzo 2014 la mostra personale dell’artista libanese Ali Hassoun.

La mostra dal titolo “Forward”, promossa dalla Regione Toscana e dal Comune di Pontedera, da seguito alla Mostra Antologica dell’artista “Al Shaab Yurid… ” (Il popolo vuole…) tenutasi lo scorso anno al Muso Piaggio di Pontedera.

A Firenze l’artista espone 16 opere selezionate di grandi dimensioni della Mostra al Museo Piaggio, a cura del critico d’arte Riccardo Ferrucci,  – i testi in  catalogo sono di Luca Beatrice -. Nell’occasione vengono inoltre esposte due delle opere che gli studenti del liceo scientifico e classico di Pontedera hanno realizzato sotto la supervisione di Ali Hassoun,  nel work shop che l’artista, con il supporto della Prof.sse Ferretti, Giglioli e il fotografo Marco Bruni, ha tenuto lo scorso anno e che vuole essere un contributo alla integrazione culturale ed artistica dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo ed una esaltazione dei valori di una fratellanza che prescinde da divisioni religiose e politiche.

Ali Hassoun, italiano d’adozione, nasce in Libano a Sidone nel 1964, nel 1982 si stabilisce a Siena, studia all’Accademia di Belle Arti di Firenze e nel 1992, sempre a Firenze, si laurea in architettura. Dal 1996 vive e opera nel suo studio di Milano.

Il tema pittorico delle persone comuni, sempre presente nelle opere di Ali Hassoun, ritorna in una sintesi delle molteplici culture che hanno accompagnato il suo percorso artistico dalla sua terra natia, il Libano, fino alla formazione artistica in Italia.

Il tema più evidente fra quelli che emergono nella sua ricerca pittorica è un’idea di “umanità” come qualità universale e comune fra tutti i popoli, fondata su una spiritualità originaria che precede le diversificazioni religiose e politiche. Così l’artista si fa interprete di culture diverse ma confrontabili, che convivono nello spazio perfettamente orchestrato delle sue tele coloratissime. I personaggi della recente “rivoluzione dei gelsomini” o di un’Africa tanto vissuta, quanto favolosa e immaginata, nelle sue composizioni sono tutti catturati in un gioco di citazioni colte e di rimandi indiretti  tra figura e sfondo.

Le persone comuni sono “Heros”, gli eroi della contemporaneità. Che portino la “keffia” della primavera araba o vestano “Made in Italy”, sono comunque i protagonisti della scena globale.

Come dice l’artista stesso: “Forward“  è un ulteriore passo avanti su un percorso fluido attualmente in corso sulla strada dell’affermazione di una volontà di libertà e nella speranza e fiducia negli esseri umani per l’autodeterminazione del proprio destino”.

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26 feb

Alla confluenza dei due mari

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a cura di Martina Corgnati
Palazzo Pubblico Magazzini del Sale

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Presentazione di Maurizio Cenni Sindaco di Siena

Il ritorno di Ali Hassoun a Siena avviene dopo un lungo viaggio che l’ha portato alternativamente a toccare tante tappe situate sulle sponde d’Occidente e su quelle orientali del Mediterraneo, alla continua verifica di quella contaminazione tra culture che per secoli hanno saputo arricchirsi, in una guerra di contrasti che, se le ha viste afflitte da feroci controversie , non ha mai impedito alle due di assorbire quanto di bello e di utile fosse stato inventato nell’una e nell’altra contrapposta parte del mondo . Siena fu la prima destinazioe europea del giovanissimo libanese. Si trattò di un periodo abbastanza lungo che Hasoun non esitò a mettere a frutto sia per conoscere attraverso lo studio sia anche per farsi conoscere con il lavoro e in particolare con i primi approcci seri all’attività artistica . Si affacciò al giudizio del publico con varie esposizioni che ne sottolinearono la naturale predizione unita a una smisurata ansia di mostrare ciò che sapeva fare a quanto la costante applicazione lo ponesse in grado di migliorare passo per passo la sua capacità di esprimersi. Hassoun seppe mettere insieme , in quegli anni , un bel gruppo di amici che lo incoraggiarono , lo consigliarono , lo sostennero, creando un clima sereno ed incoraggiante, ideale per le ambizioni di carriera di un giovane artista. Da Siena Ali è poi partito per sbarcare in luoghi più consoni al pieno sviluppo della sua carriera ma, pur venendo a diretto contatto con ambienti esclusivi e prestigiosi, non ha mai abbandonato la sua natura e i suoi amici . Il tentativo di avvicinare le lontananze, attraverso lo sforzo di spiegare quanto prevalgano gli aspetti fascinosi e, in definitiva, utili, in ciò che non si conosce abbastanza, è rimasto il suo chiodo fisso.

Così come il rapporto giovanile, quasi di iniziazione, con i suoi amici senesi continua a produrre i suoi buoni frutti. Ali torna a Siena per dimostrare i tanti progressi ottenuti in carriera, attraverso una attesa mostra. MA l’appuntamento più importante tra Hassoun e la nostra città è quello che il 2 Luglio prossimo , quando sarà sua opera il Drappellone che le dieci contrade si contenderanno nel corso del Palio di Provenzano. Un’occasione che gli consentirà certamente di entrare nel cuore anche di tanti senesi che ancora non lo conoscono.

Maurizio Cenni 

Sullo sfondo, la sagoma del Castello Estense è inconfondibile al termine di un piano inclinato dalla prospettiva straniante, lungo il quale si dispongono in bell’ordine le muse dal corpo di colonna e il volto cieco e conturbante del manichino. De Chirico? No, Ali Hassoun. In bel risalto e come sospesa sulla profondità impenetrabile di questo paesaggio monocromo, una bambina colorata dall’aspetto straniero si porta perplessa un dito alle labbra. È lei il “segno”, il viandante che attraversa continuamente la frontiera fra due mondi, quella stessa che l’artista ha attraversato e che ormai costituisce la cifra più caratterizzante di tutto il suo lavoro. Non che questo viandante si presenti sempre sotto le stesse spoglie, traccia referenziale riconoscibile e ripetitiva, no: qualche volta si tratta di un ragazzino, oppure di una figura femminile, ma quello che resta è la consistenza misteriosa e il “doppio ruolo” che questa presenza gioca nel dipinto, di cui è compartecipe ma anche esclusa, “interna” ma anche estranea. Per esempio nel caso delle “Muse inquietanti”, la bambina è parte dell’immagine che noi osserviamo ma è anche una spettatrice che non sta nel quadro e anzi condivide piuttosto il nostro spazio, trasformandosi così in una specie di misura, di incarnazione della distanza. Grazie a lei, noi sappiamo che l’immagine non è qui ma invece è intangibile, lontana. E anche sappiamo che neppure noi siamo lì ma invece separati da un piano intermedio, una “quinta” che per i paesaggisti del Seicento era data, ad esempio, da un albero o dal parapetto di una loggia, e che invece Ali Hassoun umanizza, anzi celebra in una specie di “io narrante”, chiave per la lettura di quella particolare immagine ma anche occasione di détournement, di incantesimo e di fantasia.

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01 apr

Il POPolo vuole

Piaggio

Primavera 2013 
Museo Piaggio Pontedera

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Luca Beatrice Il POPolo lo vuoleQuando, nel lontano 1982, un giovane ragazzo libanese si trasferì in Toscana per studiare in un primo tempo all’Accademia di Firenze e poi alla Facoltà di Architettura, rimanendo presto folgorato dalle meraviglie artistiche fiorentine e senesi al punto da rinunciare alla pratica di un mestiere probabilmente redditizio e scegliere senza indugi la pittura, il mondo era davvero molto diverso da quello di oggi. E forse quelle condizioni storiche, sociali, culturali ed economiche che parlavano dell’Italia come di un piccolo Eldorado nel bacino del Mediterraneo sono definitivamente cadute. Non che oggi il nostro Paese non risulti più attrattivo per chi lo scelga non solo da turista, ma oggi la sfiducia sembra prevalere sulla scommessa e sul rischio. Una volta non era così. Il sistema dell’arte che trovò allora Alì Hassoun era ancora fortemente improntato sulle scuole nazionali: la pittura poteva essere italiana, tedesca, americana e di ciò che accadeva in altre parti del pianeta si sapeva davvero poco. Non c’era ancora stata quella rivoluzione capitata, certo non a caso, nel 1989, stesso anno della caduta del Muro di Berlino: al Centre Pompidou di Parigi si apriva la grande mostra Magicien de la terre, che ha segnato il primo ingresso dell’arte extraoccidentale nella capitale per eccellenza del Vecchio Continente. Da qui in poi cominceremo ad aver confidenza con le prime presenze dall’Africa, dall’Asia, dal Sud America e addirittura dall’Oceania. Poi viene un’ulteriore svolta, la Biennale di Venezia del 1993, punto di raccordo tra arte locale e cultura globale, rapidissima a cogliere le trasformazioni in atto e a ridisegnare i confini geografici della terra: così le Mappe di Alighiero Boetti sono testimoni di un mondo che non c’è più, a cominciare dalla frantumazione in mille colori di quella che fino a non molto tempo prima era la macchia rossa dell’ex impero sovietico. Chi è nato dopo questo cruciale passaggio da una fase della storia a un’altra trova del tutto naturale comunicare con il mondo senza fusi orari e pensare che sia possibile oltrepassare qualsiasi limite spaziotemporale. Parliamo di gente cresciuta con il telefono cellulare e il computer sempre connesso, mentre quelli delle generazioni precedenti vivono questa strana contraddizione tra il prima e il dopo: a noi (Hassoun e io siamo all’incirca coetanei) la tecnologia ha cambiato la vita, i nostri figli invece ci sono entrati dentro fin da subito, con estrema naturalezza, come se un altro mondo, un mondo senza, non fosse davvero possibile. Potrà sembrare un’argomentazione fintanto scontata da apparire semplicistica, eppure questo stacco profondo tra l’ante e il post è ben visibile nell’arte di Alì Hassoun, pittore popolare nel senso corretto del termine, ovvero di chi sceglie un linguaggio diretto, dai simboli espliciti, per stabilire un ponte di comunicazione tra l’opera e il pubblico. Diversi suoi lavori, realizzati negli anni Novanta e all’inizio del Duemila, conservano quella temperatura e quella sensibilità di uomo influenzato dalla cultura italiana e a essa debitore, a cui per contrasto dialettico giustappone la “sua” tradizione evidenziando insieme alle differenze e al gusto del tipico stereotipi e pregiudizi. Appaiono così figure aliene, vestite di abiti tanto colorati quanto improbabili, quelle che setacciano il grano davanti all’affresco del Buon Governo o che raccolgono l’uva sullo sfondo della ricca collina senese. Donne e uomini impegnati in piccoli gesti quotidiani che in realtà aggiungono elementi utili alla lettura pubblica dell’opera al di fuori del contesto protetto del museo: la giovane madre con il bimbo in braccio ha una relazione con la scena tragica di Guernica, mentre il bellissimo viso angelico di un adolescente sembra davvero quello mancante al tripudio di serafini e cherubini del Giudizio. Ben più tragica l’immagine contemporanea della Zattera, che davvero non ha nulla della solennità di Gericault e invece tanti rimandi alla cronaca in un crescendo di disperazione. E cosa vorrà dire quell’uomo che trasporta una fascina di legno davanti alla rappresentazione del Cristo morto del Mantegna. Eppure Alì non è pittore neorealista e non manda messaggi sociali espliciti attraverso i suoi dipinti; preferisce invece far riflettere sulle cose dopo aver sedotto l’osservatore con la bellezza e la vivacità delle figure e delle situazioni. In alcuni lavori evidenzia la vocazione turistica dell’Italia e dei suoi musei, tra antico e moderno, tra Mantegna e de Chirico. Per i quadri delle pinacoteche esiste oggi un nuovo pubblico globalizzato, che non avverte il rito della sacralità dell’opera e del suo contenitore, preferisce vestiti comodi e cheap ben diversi da quelli indossati nel Grand Tour, e si reca in visita alle nuove cattedrali dell’arte con lo stesso spirito del weekend enogastronomico. Secondo Hassoun però l’opera d’arte è straordinario veicolo di comunicazione e non linguaggio specialistico, parla al cuore della gente, tocca le corde dell’anima e quindi si è persino disposti ad accettarne la volgarizzazione, inevitabile prezzo da pagare per una cultura più democratica. Poi, negli ultimi tempi, l’arte di Hassoun è pienamente entrata nel dibattito socioculturale scaturito con la globalizzazione. Che non è uniformità del gusto, ma possibilità di parlare una lingua condivisa più nelle immagini che nel linguaggio. Il titolo di questa mostra è un gioco di parole ma cambia completamente il senso a seconda dell’idioma. “Il POPolo vuole” è la libera traduzione della frase “Al Shaab Yurid” comparsa sui muri in diverse città del Maghreb durante la primavera araba a segnare un’autentica voglia di innovazione soprattutto da parte delle generazioni più giovani. E il cambiamento risiede nel desiderio di entrare in contatto con un mondo più libero, di cui il POP è elemento simbolico, unificante, di una cultura che mixa Andy Warhol e lo Starbucks Caffè, il baffetto Nike e il barattolo della Zuppa Campbell con i colori dell’Africa e le usanze dell’Asia, in un crossover autentico testimoniato ormai in qualsiasi grande città del mondo. Eppure non tutto fila liscio, in quanto una cultura, che ha spesso letto con orrore le icone e le effigi del capitalismo americano, non tollera ancora il rischio della perdita dell’idioletto locale a favore dell’inglese global. C’è ancora troppa distanza tra le vecchie generazioni, che osteggiano il cambiamento, e quelle nuove già nate in un mondo che ha altri e differenti punti di riferimento. Ad alcuni una certa visione è stata imposta, altri sono più vicini a ciò che il POPolo vuole. Prendiamo alcuni dei soggetti negli ultimi quadri di Alì Hassoun: una giovane coppia e la loro figlioletta passeggia in una non precisata metropoli. Sono vestiti in abiti occidentali anche se i tratti somatici rivelano l’ascendente mediorientale. Dietro di loro un muro scrostato sul quale si sovrappongono i resti di un manifesto del circo con il disegno della tigre in primo piano, immagine che ci è subito familiare per via della memoria infantile, ma secondariamente fa scattare altre associazioni, a un’opera storica di Mimmo Rotella, ai poster pirotecnici del cinema indiano di Bollywood, realizzati da straordinari illustratori per raccontare mirabolanti storie d’avventura. Il mondo senza confini, dal pop italiano alla figurazione del Far East, da spezie e aromi d’oriente al fetore (quello davvero global) di tutte le città del mondo, si condensano in una sola immagine, sintesi di universi che si incrociano in un unico frame dipinto a mano con perizia e piacere per la pittura. Il popolo vuole il POP ma soprattutto lo vuole Alì, convinto com’è che in questa sensibilità risieda il passaggio dell’arte da moderna a contemporanea, ovvero il frangente in cui l’arte non ha più timore di contaminarsi con la cultura e i mezzi di comunicazione di massa. Per tale ragione Hassoun è il fautore di una pittura antropologica, che attraverso i vestiti, i gesti, gli accessori, le scenografie e gli ambienti, inscena le contraddizioni del presente. E qui la donna diventa la prima protagonista di un ipotetico futuro, sospesa tra il rispetto della tradizione e la naturale rincorsa al domani. Sia che mostrino il volto o che siano obbligate a coprirlo, sia che smanettino l’iPhone o che portino una tinozza sulla testa, le donne stanno al centro della rappresentazione. E’ il loro passo a fiero a guidare il cammino da qui a domani, chissà non sia davvero migliore.

 

07 nov

After the Ordinary: Present Time

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a cura di Melih Gorgun e Merteza Fidan
Siemens Sanat – Istambul

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Contemporary art is not based on a conventional historical evolution of formal innovations, but rather it develops suggestions in today’s reality. Artists are involved in the dynamics of life which they use to develop contemporary art forms. The main issue for the viewer and the painting (i.e. the artist) is to comprehend th e content collectively.

In spite of developments in other art disciplines, the art of painting has been shaping formal innovations by following the modern-historical consciousness. Today, the art of painting can also produce intellectual dialogical forms of daily life and head towards the collective consciousness.

Ali Hassoun’s art works use grey-neutral images from the masterpieces of West European art in the background, and socio-cultural dominant images in the foreground. His paintings are subject to multi-layered interpretations as they deal with scenes of everyday life in the Middle East and local forms structured with colourful painting, which challenge the scenes from Western masterpieces in the background. Murteza Fidan

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